22 dicembre 2011

Delitti e misteri, la leggenda di Alba

Tesori, guerra partigiana e amori nella nebbia delle Langhe: un giallo non solo storico
Aldo Cazzullo esordisce nella narrativa con “La mia anima è ovunque tu sia”, un meccanismo ad orologeria di segreti inconfessabili

Il morto è già alla prima riga della scena d’apertura: “Chi trovò il corpo di Domenico Moresco pensò subito a un infarto”. Sono le nove di mattina in un bosco delle Langhe ed à il 25 aprile del 2011.

Alla prima riga della seconda scena risuona uno sparo (a sparare è il morto della scena d’apertura): “La fucilata di Domenico Moresco fece saltare il chiavistello della canonica con tutta la serratura”. Sono le due del mattino del 19 aprile del 1945 nella città di Alba durante la guerra partigiana.

Alla prima riga della terza scena, il romanzo si concede una pausa di malinconia per tessere l’elogio di novembre, il meno crudele dei mesi: “Amilcare Braida aveva sempre pensato che novembre fosse il mese migliore per morire. Soprattutto in Langa. In Langa, a novembre, comincia a maturare il vino. Nascono i tartufi. Le viti prendono tutti i coloro: rosso, granata, viola, rubino”. E’ il 17 novembre 1963 a San Benedetto Belbo.

Il primo romanzo di Aldo Cazzullo, La mia anima ovunque tu sia, funziona come un meccanismo a orologeria, una macchina del tempo. Gli ingredienti principali (dichiarati fin dal sottotitolo) sono un delitto, un tesoro, una guerra e un amore. Che corrispondono, in termini di generi letterari, al giallo (il delitto), all’epica (la guerra) e al rosa (l’amore). Tutto raccontato in poco più di cento pagine legate assieme dalla langhitudine (se mi passate il termine) che è un sentimento forte e sottile come il mal d’Africa o la saudade che affligge i calciatori brasiliani quando giocano all’estero.

Sul romanzo aleggia una leggenda, secondo la quale c’era una volta nella città di Alba, verso la fine della Seconda guerra mondiale, il tesoro senza più padrone della Quarta Armata, quella che aveva presidiato il Sud della Francia. In tanti ci avevano messo gli occhi sopra ed erano pronti ad uccidere per impossessarsene. Un prete decise allora che la cosa migliore da fare era spartirselo con un capo partigiano, metà e metà (fifty fifty come avrebbe detto Beppe Fenoglio, grande scrittore di quelle zone con il debole dell’anglofilia). E così fu. I tesoro venne fatto fruttare e diede vita a due grosse e distinte imprese industriali.

Nel romanzo le due imprese industriali diventano due aziende vinicole. Una è quella di Domenico Moresco (il morto della prima riga), l’altra è quella di Antonio Tibaldi. Le vite parallele dei due raccontano un pezzo di storia d’Italia. Moresco è comunista e ha fatto la Resistenza. Tibaldi è cattolico (democristiano?) e quando la guerra infuriava si è comodamente imboscato sotto la protezione di un prete, don Berboglio (colui che salomonicamente divise il bottino di guerra). Anche dal punto di vista enologico, e non solo politico, i due uomini sono agli antipodi. Moresco produce bottiglie (a cominciare dal suo mitico Barbaresco) che si trovano solo nelle enoteche più esclusive. Tibaldi, più popolare, riempie con la sua Barbera gli scaffali dei supermercati. Entrambi fanno fortuna, un’immensa fortuna.

Alla notizia della morte del rivale, Tibaldi si allarma e, sospettando che si tratti di un delitto, assume una avvenente detective  privata svizzera (che non esita a ricorrere a session di sesso estremo pur di portare a termine la sua missione). A indagare, con metodi più tradizionali, ci sono pure due poliziotti terroni. Un ispettore originario della Costiera Amalfitana e un commissario calabrese che sulle Langhe si è fatto un’idea precisa: “Una terra crudele, se necessario anche più dell’Asrpomonte da cui veniva”. Per i due investigatori non è facile muoversi in un ambiente dove si sentono ragionamenti anti-terronici di questo tipo: “Se Saviano o Cassano fossero nati qui vicino, a Bene Vagienna o ad Acqui Terme, non se li filerebbe nessuno”. O dove i preti, come padre Bergoglio, citano preferibilmente tra tutte le parole del Vangelo quelle che dicono: “Siate candidi come colombe e astuti come serpenti”. O ancora (sempre padre Bergoglio, bel personaggio) amano dichiarare che “è l’ipocrisia che salva il mondo”.

Nel romanzo Alba e dintorni non appaiono luoghi particolarmente raccomandabili. Gli abitanti, i langhetti, sono per tradizione “giocatori d’azzardo, suicidi, truffatori”. Sono poi gelosissimi della loro peculiarità e del loro isolamento. “Già Torino per noi è una capitale straniera. Si ficuri Roma”, dice il vecchio Tibaldi all’ispettore. Sono, ovviamente, orgogliosissimi delle loro eccellenze gastronomiche: “Non è vero che il tartufo si apprezza di più con l’uovo. L’uovo è sempre troppo cotto o troppo poco. Naviga nell’olio, peggio se olio al tartufo. Il rosso è troppo carico di sapore, e il bianco non sa di niente. Molto meglio la fonduta. Solo allora il tartufo, tagliato sottile, sprigiona un profumo così intenso che pare davvero di essere sepolti nella terra”. Infine, sono filologicamente puntigliosi quando si parla della guerra partigiana. A partire dalle canzoni: “Bella Ciao”, la numero uno della hit parade resistenziale, “da quelle parti durante la guerra vera non si era mai sentita”.

Nemmeno il profumo stordente della bagna cauda, però, distrae i due investigatori meridionali. Un po’ alla volta gli scheletri vengono fuori dagli armadi. Si scoprono triangoli sentimentali al tempo della Resistenza. Riemerge dalla nebbia del passato una storia d’amore che finisce in ferocissima tragedia per mano repubblichina. Né mancano sviluppi extraconiugali a un passo dagli intrecci classici di Feydeau, ma di un Feydeau livido, senza allegria. Il custode di queste storie è un altro bel personaggio, quello di Amilcare Braida, liberamente e deliberatamente – da partigiano si faceva chiamare Johnny – ispirato al mito di Fenoglio. Amilcare è un impiegato della Tibaldi Vini, scrive romanzi che non finisce mai e compila le bolle di accompagnamento dei vini esportati in America nell’inglese che ha imparato mandando a memoria i sonetti di Shakespeare.

A romanzo concluso, quando tutti i misteri sono stati svelati, Cazzullo, quasi a tradimento, ce ne propone uno nuovo. Forse il più misterioso di tutti. Accade all’ultima pagina, nella nota dell’autore che comincia nella maniera più rassicurante: “I personaggi di questa storia sono frutto di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti veramente accaduti o a persona davvero vissute è casuale”. Ma finisce, in maniera tutt’altro che rassicurante: “Non so se ad Alba esista qualche Tibaldi, o qualche Moresco, o qualche Rinaldi. Se esistono, non hanno nulla a che fare con i personaggi della storia. Di sicura ad Alba non c’è il lago. Non c’è la questura. Forse non c’è mai stato neppure un tesoro. Forse”.

La caccia al tesoro continua a libro chiuso. Ad Alba, quando è notte fonda, di quel tesoro e di chi se lo spartì si parla ancora, tuttora abbassando la voce in un bisbiglio, perché i nomi dei beneficiati sarebbero nomi di persone famose.

I giornalisti, di solito, non sanno scrivere romanzi. Perché li covano a lungo, fantasticandoci sopra per troppo tempo tra un articolo e l’altro. Oppure perché sono allenati a distinguere il vero dal falso. Però a volte, quando si muovono sul labile confine tra la leggenda e la verità, i giornalisti sanno scrivere storie bellissime come questa. Allora il risultato è spietato e inesorabile e colpisce al cuore. Come una vendetta servita fredda.

di Antonio D’Orrico, Corriere della Sera del 5 ottobre 2011

17 commenti a "Delitti e misteri, la leggenda di Alba"

  1. 13 ottobre 2012 alle 01:08
    gold account scrive:

    Tre storie, connesse. Storie di uomini amici e rivali, di avidità , di amore infangato da una  guerra cruda e scena scrupoli. “La mia anima è ovunque tu sia” rappresenta le difficoltà di un tempo e l’animo umano con le sue scelte, i credi e le passioni. E’ un romanzo di forte impatto, il quale viene accentuato dall’uso di tre composizioni dal ritmo veloce, netto e immediato come un colpo di baionetta.

  2. 23 agosto 2012 alle 12:06
    las artes scrive:

    Storia notevole, che meriterebbe 200 pagine in più. Il romanzo non è male, ma è molto (troppo?) essenziale.

  3. 17 gennaio 2012 alle 17:01
    Alberto scrive:

    salve, ho appena finito di leggere il suo libro W L’ITALIA e devo dirle che forse perchè condivido appieno ciò che ha scritto,lo ho trovato stupendo, mi sono anche commosso leggendo la parte finale in cui si chiede cosa penserebbero oggi di noi tutti coloro che sono morti per l’Italia…vada avanti cosi che il Paese ha bisogno di persone come lei, e soprattutto non faccia caso a tutte le cose che dicono fantomatici neoborbnonici o leghisti i quali hanno una lettura tutta personale della storia ( ricordano un pò un certo iraniano e non solo secondo il quale l’olocausto è stata una grande bugia )…purtroppo però non sono molto tranquillo circa il futuro del nostro paese in quanto le forze disgreganti, stanno crescendo sempre più al suo interno e sembra ormai una moda dilagante quella di essere anti-italiani sopprattutto per la vana illusione che cosi’ tutti i problemi si risolveranno da un giorno all’altro magicamente…ma qui sto divagando…volevo solo rinnovarle un ultima volta i complimenti per il libro, e porgerle i miei cortesi saluti.
    A.M.

  4. 17 gennaio 2012 alle 14:16
    Gianluigi scrive:

    L’imperdonabile errore di fuggire (DA) chi ci ama
    Io Donna

    buon giorno ho aggiunto io (::) cosi lo sentivo
    complimenti per la profondità della analisi ma il mondo gira con le donne e forse è un loro modo per selezionare la specie più “forte”

    certo dispiace che non sappiano a volte,le donne, guardare più avanti
    non è detto che una grand passione ti porti un amico a fianco

    forse è la somma dei tormenti patiti che le rende piu forti?

    grazie anche per avermi riportato alla mente il grandissimo Paolo Conte
    “lo spetatccolo d’arte varia…”
    caordiali saluti

    gianluigi

  5. 4 gennaio 2012 alle 12:27
    Francesco scrive:

    Ciao, sto leggendo il tuo libro, “copia autografa” bello, ma ho notato che all’inizio c’è una svista, domenica “25 aprile 2011″ era 24 aprile!! il 25 era lunedi di pasquetta, lo ricordo benissimo perchè ero di “servizio”.
    SALUTI FRANCESCO.

    1. 9 gennaio 2012 alle 19:24
      aldo scrive:

      caro Francesco arriva all’ultima pagina e troverai la spiegazione! Aldo

  6. 3 gennaio 2012 alle 18:22
    Pietro Giuseppe Poli scrive:

    Non è un commento all’articolo che voglio lasciare, ma un messaggio per l’Autore del romanzo.

    Caro Dottor Cazzullo,

    (spero non si adombri per questo tono confidenziale), sono da tantissimi anni(forse troppi, ma il rammarico è solo per l’età) un assiduo lettore del “Corriere della Sera” ed ho, almeno da qualche anno, anche il piacere di leggere Suoi articoli o di ascoltare Suoi interventi in TV, che trovo sempre efficaci e puntuali e non privi, talora, di una sottile vena d’ironia. Almeno, così mi pare.

    Ho molto apprezzato lo scorso inverno il Suo “Viva l’Italia” ed è proprio la Sua attività di scrittore che mi induce ora a disturbarLa. In realtà, sapendoLa di Alba, ci pensavo già da tempo, ma una certa forma di ritrosia, unita al timore di essere inopportuno, mi ha sempre indotto a rimandare.
    Ora, invece, dopo aver letto il Suo ultimo libro, “La mia anima è ovunque tu sia” (titolo peraltro bellissimo!), mi risolvo a scriverLe, proprio perché alcuni passi di questo libro mi hanno prepotentemente evocato un signore che purtroppo oggi non c’è più, ma che non ho mai dimenticato e con il quale ebbi per alcuni anni assidua frequentazione.
    Si chiamava Carlo Morelli, era stato partigiano ed aveva combattuto proprio ad Alba, nei famosi giorni della Repubblica, aveva un nome di battaglia “Carletto d’Alba”, ed era molto ricercato da fascisti e tedeschi, tanto che, mi raccontò, non dormiva mai per due notti di seguito nello stesso posto, perché su di lui era stata posta una taglia.

    Io lo conobbi nei primi anni ’80 a Bruxelles: Carlo era in pensione, come generale dell’aeronautica, ma era lì per un incarico presso la Nato, che però non mi ha mai spiegato bene fino in fondo, anche perché capii che non dovevo chiedere molto. So che aveva accesso anche agli ambienti più segreti e che era regolarmente invitato a tutte le manifestazioni, pubbliche e private. E fu in una di queste occasioni che lo conobbi.
    Ne scaturì un’amicizia, vera e profonda, nonostante la differenza d’età, protrattasi per anni, fino alla morte di Carlo, che nel frattempo aveva già fatto rientro in Italia, grazie alla quale potei raccogliere molte sue confidenze: militari, partigiane, familiari.
    Ebbi anche l’opportunità di leggere un libro sui fatti di quella breve e gloriosa Repubblica, scritto dal Vescovo dell’epoca, in cui “Carletto” è molto citato.
    Quando gli chiesi come mai Fenoglio, invece, non lo nomini mai. Carlo mi rispose che tra loro c’era stata una forte rivalità per una ragazza e che l’altro aveva perso.
    Ecco, la figura del Vescovo, la rivalità per la ragazza e “la leggenda Lulù”, la cui moto veniva segnalata ogni dove, mi hanno fatto pensare che forse anche Lei, almeno di nome, conosca Carlo Morelli o, se preferisce, “Carletto d’Alba”.

    Con grande stima e istintiva simpatia
    Giuseppe Poli

    Marta (Lago di Bolsena), 3 gennaio 2012

    1. 23 gennaio 2012 alle 17:39
      Pietro Giuseppe Poli scrive:

      Ci ho pensato molto, anche questa volta, ma infine Le scrivo. Credevo di averLe fornito materiale meritevole di una risposta meno sbrigativa e, mi consenta (lo dice anhe qualcuno di cui né Lei né io abbiamo molta stima!), quasi infastidita. Anche perché avevo accennato alle molte altre cose che Carlo Morelli, “Carletto d’Alba”, mi aveva raccontato.
      Mi rendo conto però come i Suoi molteplici impegni non Le consentano certo di dedicare molto tempo a tutta la posta che, immagino, Le arrivi.
      Cordiali saluti
      Giuseppe Poli

    2. 9 gennaio 2012 alle 19:24
      aldo scrive:

      grazie!

  7. 29 dicembre 2011 alle 17:38
    Sara scrive:

    Buonasera Aldo, ho letto oggi un suo articolo uscito su IO DONNA del 24 dicembre, argomento destino/fortuna: “L’imperdonabile errore di fuggire da chi ci AMA”.
    Pensavo di trovare sul suo blog l’articolo e poter lasciare un commento. E’ possibile?
    Grazie per farmi sapere.
    Sara el Sehaly

    1. 9 gennaio 2012 alle 19:25
      aldo scrive:

      puoi usare questo spazio se vuoi

  8. 28 dicembre 2011 alle 16:37
    Mario Quattrucci scrive:

    Mi affretterò a leggere questo mistery in tempo di Resistenza ma, non sapendo come altrimenti raggiungerla, uso questa possibilità di commento per esprimerle il mio apprezzamento alla intervista rilasciata a Minoli per RAI Storia. Davvero molto buona, soprattutto, oltre all’impostazione generale, per i giudizi antirevisionistici in essa contenuti. Su tutto: dal Risorgimento e i suoi protagonisti a D’Annunzio, alla Grande Guerra, alla Resistenza e alla questione “vincitori e vinti”, alla risposta al terrorismo eccetera. Su un solo punto vorrei però esprimerle un lieve dissenso, ed è sulle ragioni e gli interessi che portarono alla quasi totale obliterazione di Cefalonia e, io aggiungerei, della partecipazione dei militari alla Resistenza. Veda, io sono un vecchio comunista ma non così vecchio da aver potuto partecipare alla Resistenza: ebbene, il libro che mi fu dato da leggere e studiare appena iscritto al PCI (1953) per conoscere la Resistenza fu “Storia della Resistenza Italiana” del comunista Roberto Battaglia (Einaudi 1953), al quale la rimando per annotare come, al contrario di nasconderlo, il comportamento dei militari italiani dopo l’8 settembre, in Italia e all’estero, a Cefalonia Lero e altrove, fosse posto proprio alle origini della Resistenza Italiana. Così come posso testimoniare, avendo anche insegnato alla Scuola centrale del PCI, che dovemmo spendere sempre molte energie e studi e battaglie ideali per affermare proprio ciò che lei ha detto: la Resistenza non fu solo dei comunisti ma un grande moto popolare a direzione politica plurale e al quale dettero un grande contributo i militari italiani scampati alla grande retata nazista (400.000? o forse più)e ciò che fu possibile rimettere in piedi dell’Esercito Italiano dopo il vergognoso abbandono iniziale di Badoglio e del Re. E sempre, nella difesa della Costituzione dai vari attacchi che ha subito e subisce,dovemmo richiamare gli altri partiti a questa comune partecipazione alla Resistenza e dunque alla ri-nascita dell’Italia. Con stima e considerazione, Mario Quattrucci.

    1. 9 gennaio 2012 alle 19:25
      aldo scrive:

      grazie

  9. 27 dicembre 2011 alle 11:39
    Gianni scrive:

    E’ vero, i langhetti sono,nel loro DNA, giocatori d’azzardo e candidati suicidi.
    Figli di una terra aspra,lasciata loro devastata dalle guerre tra saraceni ed imperiali.
    Terra di confine tra Piemonte e Liguria, ha miscelato le razze ed i padroni,coltivando
    Così uomini scettici ed anarchici,in lotta con la loro terra,pronti a rischiare del loro ed a farla finita, se necessario.
    E quando e’ stato necessario,si sono fatti sparare addosso senza tante storie.
    Ai confini del regno sabaudo, fuori da circuiti nobili ,i langhetti hanno messo a frutto, con la modernità’,la loro rabbia e la loro capacita’ di sopravvivere,costruendo, in modo autonomo ,una delle realta’ piu’ floride e solide del paese.
    I terroni ,arrivati dal sud , nel dopoguerra, si sono integrati perfettamente e sono quelli che tornano al paese nelle vacanze per tornare e dire che giu’ non riuscirebbero piu’ a vivere, oggi.
    Questa terra rimane sempre aspra, nonostante tutto, come la sintesi dura della vita che e’ quanto hanno nell anima i laghetti,indigeni o terroni che siano.
    A qualcosa pero’ quel tesoro e’ servito,a vederlo da qui.
    Aveva torto Don Bergoglio?
    GM

    1. 9 gennaio 2012 alle 19:25
      aldo scrive:

      stupenda e definitiva questa mail

  10. 25 dicembre 2011 alle 02:46
    RENATO BRUNELLI scrive:

    Gentile Cazzullo
    non sapendo come poter comunicare con lei in via più diretta mi trovo costretto a scriverle qui anche se l’argomento non è strettamente correlato al blog. E’ la notte del 24 e Babbo Natale mi ha fatto forse il più inaspettato ed apprezzato dei regali finora ricevuti (la speranza è l’ultima a morire): il suo editoriale su Io Donna di oggi.
    Si, perchè quel breve pezzo sull’errore di fuggire chi ci ama mi ha confortato. Lo ha fatto in quanto ha messo insieme 4 anni di consigli di amici, di amiche, di uno psicologo, di un prete/amico, dove quasi tutti, bene o male, suggerivano di guardare altrove.
    E’ stato rasserenante leggere da parte di qualcuno che stimo, nonostante ci siano varie volte in cui non sono d’accordo con ciò che scrive, un articolo che ha l’effetto di una pacca sulla spalla o di una carezza di conforto.
    Riscalda il cuore leggere che anche lei, osservatore/estimatore sincero dell’universo femminile, ritenga che forse l’errore è dall’altra parte e che magari gli errori si possono rimediare.
    Da sempre sono convinto che sia meglio morire tentando piuttosto che sopravvivere accontentandosi delle alternative. Soprattutto se ci si crede davvero in quell’obiettivo.
    Grazie ancora di cuore.
    Le auguro di passare delle feste serene assieme alle persone a lei care.
    Buon Natale!

    Renato Brunelli

    p.s. Per la cronaca: non sono d’accordo con lei quando tratta certi temi di politica; siamo su sponde opposte li. Poi però si scopre che, sebbene opposti, la pensiamo alla stessa maniera su un sacco di questioni. Che bella cosa il dialogo :)

  11. 24 dicembre 2011 alle 14:27
    Bruno Manno scrive:

    Francamente preferisco l’amico Aldo come saggista, ma, da albese curioso e anticonformista, ho divorato la sua ultima fatica in due ore. Questo anche grazie ad uno stile da giornalista sportivo di rara efficacia. La descrizione di noi langhetti (anche se io sono un meticcio) è perfetta!!
    concordo con la chiusura di D’Orrico: la vendetta è un piatto che si serve freddo. Amo Fenoglio e ne “La mia anima è ovunque tu sia” ne ho ritrovato un bel pezzo.Grazie Aldo!!!!

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