Una città un Paese: Genova, la risorta
Genova è risorta. Si è ripresa il mare, ha restaurato i palazzi. Non si è mai vissuto così bene, non è mai stata così bella. Peccato non conti quasi più nulla.
Il «quasi» è obbligatorio per tre motivi. Da Genova, nel suo palazzo tra la Cattedrale e i carrugi, il cardinale Angelo Bagnasco governa la Chiesa italiana, dividendosi con Roma. A Genova, nella sua Fondazione a picco sul mare, uno dei più importanti architetti del mondo, Renzo Piano, progetta la modernità, dividendosi con Parigi e New York. E a Genova c’è il porto. Meglio, Genova è il porto del Nord Italia, lo sbocco al mare della Lombardia, l’affaccio di Milano al Mediterraneo. E il porto, con i suoi tanti volti – i container e l’acquario, i bacini di carenaggio e le crociere, i camalli e i traghetti per il Nord Africa -, resta il motore dell’economia di Genova, il suo ancoraggio al mondo, il fattore che definisce la sua identità.
Per il resto, la città non ha più il peso demografico e industriale che aveva. Da 900 a 600 mila abitanti in trent’anni; record di centenari, riuniti dal sindaco in una festa molto affollata; pochi i giovani, e metà sono stranieri. La storia ha finito per gemellare Genova con Torino. Per secoli le due città si sono avversate, un po’ come oggi Roma e Milano. Torino era Roma: la corte, la politica, la burocrazia. Genova era Milano: le banche, il lavoro, i commerci. Paolo Conte ha raccontato lo spaesamento – passati gli Appennini – del piemontese, per cui «i gamberoni rossi sono un sogno»; e «che paura ci fa quel mare scuro che si muove anche di notte e non sta fermo mai». «Genova: industria pubblica e operai scontenti» diceva l’Avvocato Agnelli. Ora l’industria ha chiuso o traslocato. Anche Genova si è imborghesita. Ha ritrovato una sua dolcezza di vivere. E ha stemperato la sua durezza caratteriale e ideologica. Da sempre, questa è la città più di sinistra d’Italia. A Bologna la sinistra è sistema, potere, denaro, coop. Qui è ribellione. Si spiega anche così la clamorosa vittoria alle primarie del marchese comunista Marco Doria, e la disfatta del Pd. Genova è stata repubblicana quando l’Italia era monarchica, antifascista o almeno scettica ai tempi del Duce, comunista nell’era della Dc; i Savoia per riprenderla nel 1849 dovettero cannoneggiarla dal mare, nel luglio ’60 i portuali spezzarono l’alleanza tra la Dc e la destra, durante il G8 i genovesi si schierarono apertamente con i manifestanti. A garantire la Genova borghese e cattolica provvidero nel dopoguerra Paolo Emilio Taviani, partigiano atlantico, storico ministro dell’Interno, e il cardinale Giuseppe Siri, Papa mancato, capo dell’ala destra della Chiesa italiana.
Tra i carrugi con il cardinale
Da Siri fu consacrato sacerdote – nel 1966, a ventitré anni – Angelo Bagnasco, ora arcivescovo di Genova e capo dei vescovi italiani. «In privato, Siri era un uomo dolce, attento al rapporto umano. Veniva a trovarci in seminario ogni mercoledì. Quando ho detto messa per gli operai della Fincantieri, 750 posti di lavoro a rischio, i delegati della Fiom mi hanno parlato di Siri con gratitudine. Ancora si racconta di quando salvò il porto e le fabbriche, durante e dopo la guerra».
Con Bagnasco passiamo una mattinata tra i carrugi: il quartiere dov’è cresciuto, la chiesa della prima comunione, i palazzi costruiti sulle macerie dei bombardamenti tra cui giocava a guardie e ladri, la fabbrica di dolci dove il padre lavorò fino a 78 anni – «sotto Natale e Pasqua non tornava a casa neppure la notte, turni continui per fare panettoni e colombe» -, il vicolo delle prostitute: «De André nelle sue canzoni ne ha dato una visione consolatoria, rassegnata. Invece non dobbiamo rassegnarci». Anche a Bagnasco, come a Siri, capita di essere fermato per strada dai genovesi che vogliono ringraziarlo. Sono i beneficiati dal welfare finanziato dalla Curia con i 960 mila euro dell’8 per mille e costruito dalla Caritas e da 27 gruppi di volontari. Chi mantiene il cinquantenne rimasto senza lavoro. Chi accoglie il padre separato messo fuori casa. Chi insegna agli anziani a evitare gli sciacalli che comprano appartamenti a 500 euro il metro per rivenderli al decuplo. Chi diffonde la guida stampata da Sant’Egidio: «Dove dormire, dove mangiare, dove scaldarsi». Chi, come l’oncologa Maria Vittoria Mari, apre ambulatori per i figli dei poveri, e compra all’ingrosso sacchi di frutta e verdura per le madri straniere, cui non viene il latte per la cattiva alimentazione.
Spiega il cardinale di non avere nulla in contrario alla costruzione di una moschea, su cui Genova litiga da anni. Fa notare che una piccola moschea c’è già, dietro una serranda, accanto alla meravigliosa chiesa romanica di San Donato. Aggiunge che la Chiesa non è un ente assistenziale, ma aiuta gli ultimi perché il loro volto, segnato dal bisogno e dagli errori, è il volto di Dio. I parrocchiani lo guardano adoranti. Gli studenti della facoltà di architettura, dove prosegue la visita pastorale, lo fissano attoniti. Ad accoglierlo ci sono professori e burocrati. I giovani restano nelle aule. Lui passa a salutarli, qualcuno si avvicina, qualcuno ridacchia, qualcuno sbuffa. Il cardinale dice: «Fate un lavoro importante, la bellezza delle vostre opere ci conferma l’esistenza del Signore». Gli studenti non hanno l’aria di aver capito.
Nello studio dell’Architetto
Neppure Renzo Piano ha capito se è stata Genova a fare i genovesi, o i genovesi a fare Genova. La verità, dice, sta nel mezzo. La città è sottovalutata. La si dice avara, in realtà è parsimoniosa: una virtù, nell’età del consumismo. Più che diffidente, è prudente: un pregio, in un Paese credulone. Può sembrare chiusa, forse è solo riservata. Certo, per quanto il porto antico ridisegnato appunto da Piano sia ora un moltiplicatore di turismo, Genova non è il massimo dell’accoglienza. Sulle toilette di molti bar è scritto «GUASTO»; funzionano benissimo, ma prima devi consumare, poi ti daranno le chiavi. La città invecchia e la sera va a letto presto, allo storico cinema Ariston l’ultimo spettacolo è alle 21 e 15, pure in posti chic come l’enolibreria di via san Lorenzo ti portano il conto anche se non richiesto, dopo le undici le focaccerie chiudono e si mangia solo kebab. Dice però il suo architetto che Genova non è ruvida; è timida. Introversa. La ricchezza mai esibita, la bellezza spesso nascosta, nei cortili, negli arredi. Il centro storico non è tutto uffici come altrove, la gente ci vive e soprattutto convive, i ricchi al piano alto e i poveri al mezzanino, gli spacciatori in via del Campo e i professionisti nella parallela. I genovesi assomigliano alla loro città: non sono facili. Possono essere crudeli: i pisani lasciati morire di stenti e sepolti nel campo che ne porta il nome, i mendicanti imbarcati su navi affondate al largo, i telai dei concorrenti lionesi comprati per essere bruciati; da qui il grido dei veneziani, «genovesi mangiatevi il cuore se ancora l’avete!». Però possono comporre melodie più durature del tempo, come Ivano Fossati acclamato al Carlo Felice per l’ultimo concerto, come Fabrizio De André che con Piano andava in barca, come Gino Paoli con cui Piano è stato negli scout. Tutta gente di poche parole. «Mio padre, da genovese doc, non parlava quasi mai – ricorda l’architetto -. Però ogni domenica, dopo la messa, voleva andare al porto. Uno spettacolo di pietra e di acqua. Non c’erano i container. Gli oggetti volavano. Le automobili in braccio alle gru. Un capolavoro dell’effimero: tutto vola o galleggia, nulla tocca terra; ti viene voglia di costruire per sfidare la legge di gravità. Per questo c’è un po’ di Genova in tutto quello che faccio».
Al porto con i camalli
Il primo giorno di lavoro alla Compagnia Unica, nel 1974, ad Antonio Benvenuti furono forniti i guanti, una tuta normale, una tuta da ghiaccio, una cappotta per i sacchi, una zappetta per i pacchi di caffè, un gancio normale, un gancio lungo per il caucciù e le carni (e gli scontri con la Celere), la tessera della Cgil e quella del Pci. Benvenuti rifiutò solo quest’ultima: dal partitone era già uscito, in quanto antiberlingueriano e leninista. Oggi è il console dei camalli (dall’arabo hamal , portatore), erede del leggendario Paride Batini. Nella sala chiamate ci sono ancora i ritratti di Lenin, Togliatti, Di Vittorio e Guido Rossa; ma i camalli oggi vengono qui solo per sfidarsi sul ring della savate, la boxe francese. Le convocazioni arrivano via sms, 364 giorni l’anno, tutti tranne il primo maggio. Domani sera fanno il karaoke. Racconta il console che qualcuno vota Berlusconi, altri Lega.
Negli Anni 70, il porto di Genova era pubblico e aveva 5 mila dipendenti, più 10 mila camalli. Quando nel ’94 la gestione fu privatizzata, lo Stato si accollò debiti per centinaia di miliardi di lire. Ora i 15 terminal privati – del carbone, del sale, dell’alluminio… – hanno meno di duemila addetti, i camalli sono poco più di mille, e i conti sono in attivo. La fine del monopolio della Compagnia Unica ha invertito il declino. Raggiunta Marsiglia, superata Barcellona, Genova sta tornando il primo porto di destinazione finale del Mediterraneo (Valencia e Algeciras guidano la classifica dei porti di transito). Racconta il presidente, Luigi Merlo, che sono iniziati i lavori per raddoppiare i volumi, da 2 a 4 milioni di container: si scava il mare e si costruiscono nuovi piazzali. Già si litiga sulla nuova diga foranea, che dovrebbe sottrarre spazio al Mediterraneo e proiettare la città ancora più al largo. E a giugno partirà il fatidico terzo valico: previsti otto anni di lavori per abbreviare il viaggio delle merci verso Nord.
Attorno al porto, c’è un mondo. L’Accademia del mare, dove i diplomati del nautico studiano da capitani. Cinque bacini per riparare le navi. Il grattacielo in costruzione della Msc, i concorrenti della Costa, che ha scelto Savona e peggio per lei. Il quotidiano L’avvisatore marittimo (è arrivato un bastimento carico carico di…). Il fenomeno dell’acquario. Eataly. Il galeone del film «Pirati» di Polanski e la nave di «Love boat». Trentamila posti di lavoro nell’indotto.
Fuori dal porto, c’è una città in crisi, come il resto del Paese. Della Finsider e dell’Ansaldo restano aziende ad alta tecnologia, talora però amministrate da fuori. L’altoforno di Cornigliano, dove il brigatista Riccardo Dura sognava di gettare vivi i capisquadra, ora è spento, in attesa della riconversione a freddo gli operai sono cassintegrati. I 750 della Fincantieri di Sestri tengono in ostaggio una nave da crociera commissionata dagli americani dell’Oceania: la consegneranno quando avranno la garanzia che lo stabilimento non chiude; altrimenti minacciano di bloccare il festival di Sanremo, «i compagni Morandi e Celentano capiranno». Racconta Sergio Cofferati di aver visto, per la prima volta in vita sua, i commercianti scioperare con gli operai: se chiude la fabbrica, è finita per tutti.
L’«ex sindaco»
«Se non cambia, questa città ha dieci anni di vita» dice il sindaco in carica, Marta Vincenzi, figlia di un operaio dell’Ansaldo. Sfidata alle primarie da un’altra donna, anche lei del Pd, la senatrice Roberta Pinotti, figlia di un operaio dell’Enel. Battute entrambe dall’outsider Marco Doria. Una sorta di suicidio collettivo del Pd. La Vincenzi è molto simpatica. Porta prodigiosamente i suoi 64 anni. Però ha in parte dilapidato un patrimonio di popolarità, pasticciando un po’ su tutto, dalla moschea alla Gronda, la nuova tangenziale. Opere necessarie, ma non amate. Se poi il sindaco propone ogni volta un luogo e un percorso diversi, i nemici si moltiplicano. Ha pure litigato con il boss locale e presidente della Regione, Claudio Burlando, figlio di un camallo, che non l’ha mai amata. Il resto l’ha fatto l’alluvione. Sei vittime, tutte femmine, due bambine e quattro donne: «Le porterò per sempre sulla coscienza» disse la Vincenzi. Si vota a maggio. Doria avrà forse come avversario Enrico Musso. Chiunque vinca, avrà punti fermi cui aggrapparsi. I grandi ospedali, il Gaslini per i piccoli e il San Martino per i vecchi. Marassi, lo stadio all’inglese. La Carige, che è rimasta la banca di Genova. Palazzo Ducale, dove la mostra su Van Gogh e Gauguin è prorogata a furor di visitatori. Lo Stabile, con il teatro della Corte e il Duse. E una bellezza appartata, silenziosa, da ammirare dai colli a strapiombo su cui si sale in ascensore. «Quando mi sarò deciso d’andarci, in paradiso, ci andrò con l’ascensore di Castelletto» scriveva Giorgio Caproni. Per De Andrè, invece, il paradiso era al primo piano delle case di via del Campo. Di sicuro, per i genovesi, il paradiso è da qualche parte nella loro città.
7 commenti a "Una città un Paese: Genova, la risorta"
Nel settore del trattamento dei rifiuti la città, e più in generale la regione, sono invece meno attrezzate ed è quindi necessario procedere speditamente con il progetto di raccolta differenziata e separazione, finalizzata alla preparazione del CDR e alla successiva combustione nell’esistente centrale termoelettrica del porto; la prima parte del piano complessivo per il ciclo dei rifiuti, verrà presentato entro l’estate, per essere attuato a partire già da quest’anno, conseguenza della fermezza dell’impegno di chiudere la discarica di Scarpino entro il 2003; gli investimenti complessivi previsti sono particolarmente ingenti; per reperirli occorrerà ricorrere sia a partecipazioni private, sia all’alienazione di parte del patrimonio immobiliare del Comune.
Egr. Sig. Cazzullo, per completezza sul Suo articolo del 20.02.2012 su PARMA(per “problemi tecnici” non è possibile inserire il commento in calce al relativo articolo): 1) sull’iPad: il Tribunale del Riesame di Bologna il 14.10.2011 ha scritto che non c’era alcuna prova che l’iPad fosse stato donato in cambio di favori: niente corruzione e immediata rimessione in libertà dell’arrestato (vedi articoli su Repubblica); 2) la Camera penale di Parma ha deliberato, tra l’altro, il 15.11.2011: -“che censurabile deve ritenersi, soprattutto in fase d’indagine, la costante esposizione mediatica di persone in stato di arresto, magari nel momento stesso in cui vengono prelevate dalle proprie abitazioni o condotti davanti all’Autorità Giudiziaria, di fatto obbligati, con il beneplacito degli Agenti di Polizia operanti, a “forzate passerelle”, non di rado con le manette ai polsi; – che ugualmente preoccupante è il frequente ricorso all’estrema misura della custodia cautelare in carcere anche laddove le esigenze cautelari seppur sussistenti, potrebbero essere tutelate con misure più gradate e meno afflittive, che vengono riconosciute e concesse non appena la persona ristretta in carcere assume una linea difensiva remissiva e collaborativa, non solo in merito alle dirette contestazioni mosse nei suoi confronti, ma anche riguardo a fatti magari ancora in fase di accertamento”; 3) Provincia e caso noleggio auto: Repubblica il 2.02.2012 scrive, tra l’altro, che dirigenti e funzionarie sono “accusate insieme ad altre due dipendenti di aver favorito la Car Server, ditta vicina al capo di gabinetto del presidente Bernazzoli” indagine prossima alla chiusura; 4) l’area cani c’è e si vede dalla fermata dell’autobus al comando vigili; 5) secondo il Corriere della Sera del 16.10.2011, il Pm dell’indagine avrebbe interessi “in causa”; si legge sull’articolo: “il pm avrebbe favorito il marito dirigente di polizia per andare a coprire l’incarico di capo dei vigili urbani” di Parma. Giusto per completezza: mi pare che Lei abbia tralasciato davvero molto! Molte vive cordialità.
mi è piaciuto molto
almeno a Parma si sa qualcosa
nelle altre citta’ sono tutti santi?
Gentile dott. Cazzullo
Domenica e lunedì, 12 e 13 febbraio, è stato trasmesso, sulla RAI, uno sceneggiato sulla storia del brigante Crocco. E’ andato in onda l’usuale ritornello revisionista: viene messa in evidenza tutta la ferocia delle autorità borboniche o italiane, mentre viene “romanticamente” occultata quella dei briganti. Niente stragi di contadini, stupri, saccheggi e altre violenze, anzi solo grazie a Crocco è possibile la sollevazione a fianco di Garibaldi della Lucania. Crocco, insomma, diventa addirittura patriota italiano ( prima dell’Unità era un soldato napoletano che diserta per sposarsi, che attaccamento alla divisa!!) per ritornare patriota napoletano dopo l’Unità diventando brigante, che coerenza!! Due considerazioni sul brigantaggio. La prima: la famigerata legge Pica ha avuto il merito di dare un processo ai briganti con tanto di avvocato difensore, togliendo all’ultimo dei comandanti la possibilità delle fucilazioni facili.La seconda: va detto (e spesso i revisionisti non lo dicono) la renitenza alla leva, in effetti molto alta nel 1863, nel 1864 era scesa a 5,8% e dopo il 1870 era al di sotto del 4% .
Raffaele Di Giorgio
Insomma siamo ancora la brutti sporchi e cattivi,invasi senza dichiarazione di guerra perchè era un sacro diritto dei Savoia,i teschi da esporre al museo lombrosiano, i sopravvissuti da spingere ad emigrare (cercando di avere il Madagascar o la Patagonia per rinchiuderli lì, nostrana Australia in prestito vergognoso) da tenere sotto con 120.000 mila soldati. Una bella unificazione, non c’è che dire. Con campioni come il signor Cazzullo ed il Giorgi, che a distanza di 150 anni ancora non sono in grado di riconoscere torti e ruberie, comportamenti coloniali esercitati non con il terzo mondo, già di per se spregevole moralmente, ma con un popolo al minimo allo stesso livello del Piemonte invasore. I meridionali giudicati etnologicamente inferiori, un aborto, un prodotto mostruoso e, sotto sotto, ancora oggi. Ma avete ragione: finchè sarà solo un mugugno, anche voi potete dire la vostra. Fino ad allora il colonialismo sulla nostra gente continuerà grazie a individui del vostro livello di arrogante ignoranza. L’italia do oggi è quel che gente come voi ha costruito, con inganno, ruberie, corruzione, razzismo, figlia di questo obbobrio, contro quella che era una nazione italiana che si credeva sorella delle altre della penisola. Ve la meritate, purtroppo anche per noi.
A conferma della ignoranza, una delle tante cause del cosiddetto “brigantaggio” fu la delusione delle genti per il netto peggioramento delle situazioni rispetto al siddetto malgoverno del Sud: non c’era leva obbligatoria per tutti, diversamente da quanto imposto dal galantuomo e sue leggi liberali. Vergonga, citare la legge Pica e scordare le decine di migliaia di morti. Vergogna, signor Cazzullo, pubblicare una infamia simile, siamo al negazionismo degno di nazisti incalliti. Vergogna.
Sono un suo assiduo lettore e ho trovato,da genovese,molto bello l’articolo.dice tutte cose vere ma mancano notizie su alcune attivita’ interessanti che sono indicative delle possibilta’ di sviluppo della citta’: il comparto high-tech che ruota intorno al distretto di elettronica e il comparto shipping che comprende societa’ internazionali da sempre e che hanno una ragion d’essere che prescinde dal porto. Non posso dilungarmi qui ma non le sara’ difficile trovare le fonti. Cordiali saluti